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13. Storia di Dracula

Storia di Dracula 13/15

Amicizia tradita
Mentre il Radu il Bello si impossessa del trono della Valacchia, Vlad si illude di poter ricevere aiuto dal cugino Stefano IV di Moldavia, cui è legato dall’antico patto di reciproco soccorso. Si aspetta che onori il giuramento allo stesso modo in cui l’aveva onorato lui, cinque anni prima, rischiando il proprio stesso trono per scacciare dalla Moldavia l’usurpatore Aron. Non mette neanche in conto che il cugino potesse tirarsi indietro, ignorando la richiesta di chi l’aveva aiutato a riconquistare il trono.
Rendeva quanto mai legittima e naturale quest’aspettativa il fatto che il Stefano IV fosse diventato nel frattempo un principe potente, di grande prestigio europeo, stimato in specie per la fermezza con cui si era battuto in più circostanze contro i Turchi infliggendogli sanguinose umiliazioni. Dava un’idea di quanto fosse cresciuta la sua fama in quei pochi anni l’apprezzamento dimostratogli dal Papa, che l’aveva gratificato del titolo del Campione di Cristo, e dagli altri principi cristiani, che lo chiamavano Stefano il Grande.
Ma non era cresciuta in uguale misura la generosità, né quell’insieme di doti che sono tutto per il cavaliere, come il senso dell’amicizia e della gratitudine, il rispetto per la parola data, la naturale propensione a ricambiare il favore ricevuto.

Anziché accorrere in suo aiuto, tentò di allargare il proprio territorio a spese dell’ormai vacillante principato di Valacchia. Concentrò in specie i suoi attacchi contro il castello di Chilia, al confine tra i due Stati, cercando d’impossessarsene.
La stessa idea l’avevano avuto anche i Turchi, perciò si creò un’alleanza di fatto tra Stefano e Maometto II contro Dracula.
La resistenza valacca fu disperata, e i Moldavi furono costretti a ritirarsi per portare in salvo Stefano, ferito nei combattimenti. Rimasero così padroni del campo i giannizzeri di Maometto, divenuto paradossalmente difensore della nuova Valacchia, retta dal suo vassallo Radu II e perciò tributaria della Porta.
Braccato sui monti, Dracula tentava intanto di raggiungere il re Mattia I d’Ungheria, sua ultima speranza.

Il volta faccia di Mattia Corvino
Mattia Corvino si era accampato con il suo esercito alle pendici dei Carpazi, presso Brasov, senza intervenire.
Poteva da lì sbarrare il passo all’armata ottomana, qualora si fosse spinta su per la Transilvania verso l’Ungheria. Poteva anche contrattaccare, se lo avesse deciso, irrompendo nei territori occupati dai Turchi per riprenderli e restituirli a Vlad, loro legittimo sovrano.
In questo sperava Dracula, mentre attraverso i valichi s’inoltrava a tappe forzate verso Brasov, evitando con ingegnosi stratagemmi – quali ad esempio l’applicazione di ferri capovolti agli zoccoli dei cavalli, per far credere che stesse procedendo in direzione opposta – gli agguati tesi dai partigiani di Radu.

Il re d’Ungheria disponeva di un contingente numeroso e agguerrito, ma soprattutto fresco, rispetto all’esercito di Maometto II, ormai stremato da una campagna durissima. Avrebbe potuto, lanciandolo contro i Turchi, respingerli oltre il Danubio. Non lo fece; e non fu l’unica delle sue stranezze in quel frangente. Attese Dracula, che infine lo raggiunse con un pugno di superstiti; e, senza una ragione apparente, lo fece arrestare.
Ricorse, per evitare spiegazioni, a un espediente subdolo. Finse di essere pronto ad attaccare i Turchi e liberare la Valacchia, come del resto si era impegnato a fare con il papa Pio II. Ne parlò con Dracula per concordare insieme un piano d’azione. Giunse a ventilare la prospettiva di imparentarsi con lui, promettendogli in moglie (secondo il suo biografo Antonio Bonfinio, in Remm Ungaricorum decades tres, Basilea 1543) una nipote. Gli affidò quindi il comando di un reparto del quale facevano parte mercenari di varia provenienza perché desse inizio alle operazioni trasferendosi nella vicina fortezza di Konigstein, anch’essa sui Carpazi.

Preso in Trappola
Dracula obbedì, ma, in procinto di giungere a destinazione, la compagnia si divise per poter meglio affrontare le impervie vie di montagna con carri, muli e cavalli. Inavvertitamente, a questo punto, Dracula si lasciò separare dai suoi Valacchi. Proseguì la strada con una banda di Slovacchi capeggiati da un certo Jiskra, che aveva fama di avere combattuto dalla parte degli Sussisti facendo strage di cattolici e poi dei Hussisti.
Da Jiskra e dai suoi uomini, non appena furono lontani dal resto del gruppo, Dracula venne incatenato e condotto a Buda, dove giunse poco prima del Natale del 1462, senz’avere ben compreso di cosa fosse accusato. Mattia intanto aveva riconosciuto Radu II come principe di Valacchia e stretto con la Porta un patto segreto di non aggressione.
Se ne poteva dedurre che perfino (per primo, e da solo) all’appello di il re d’Ungheria, come ultimo voivoda Roma per una nuova guerra santa; e danubiano, avesse trovato convenien- con quale spirito si fosse lanciato conte evitare lo scontro con la poderosa tro l’armata del sultano, inchiodandomacchina bellica dell’impero ottoma- la nelle paludi danubiane, nelle foreste, no. Anche per poter meglio consolidare il suo potere sul versante occidentale del regno, contro l’imperatore Federico III, alla cui influenza cercava di sottrarre la Boemia, l’Austria, Slesia e molti altri territori.
Non occorreva, del resto, uno speciale talento politico per rendersi conto che, combattendo contro il Turco senz’avere le spalle coperte, Corvino avrebbe rischiato di trovarsi stretto tra due imperi, determinati entrambi a stritolarlo.

Lo sgomento del Papa
Questo però non bastava, nella sua nuda evidenza, per giustificare l’arre sto di Vlad agli occhi dei re cristiani e dello stesso papa, che accolsero con grande sgomento la notizia. Ci si rammaricava infatti che in tal modo Corvino potesse avere privato il campo cristiano di uno dei suoi più validi campioni, tra i pochi davvero in grado di seminare il terrore nelle fila ottomane. Accresceva lo sconcerto il ricordo ancora vivo delle battaglie combattute dal giovane Vlad sotto le insegne di Janos Hunyadi, padre di Mattia che avevano portato quest’ultimo a sedere sul trono di Ungheria.
Ci si chiedeva in fondo quale vantaggio potessero trarre i regni d’Occidente, in una fase così precaria del loro permanente conflitto con l’Oriente, dall’eliminazione di un intrepido protagonista della crociata balcanica, considerato per le sue gesta un eroe. Nessuno aveva dimenticato d’altronde con quale slancio Dracula avesse risposto (per primo e da solo) all’appello di Roma per una nuova guerra santa; e con quale spirito si fosse lanciato contro l’armata del sultano, inchiodandola nelle paludi danubiane, nelle foreste, nelle golle dei Carpazi.

Insufficienza di prove
Non parvero dunque convincenti le prove addotte con qualche titubanza la, da Corvino a sostegno di un’accusa di tradimento, secondo la quale Dracula avrebbe concordato con il sultano un il piano per invadere il regno d’Ungheria e altri territori cristiani. Erano lettere indirizzate a Maometto II e al suo si i visir Mahmud, con le quali Vlad si vendeva, offrendo loro di condurli attraverso la Transilvania fino a Buda per poi detronizzare Mattia. Sovrabbondavano di espressioni servili e adulatorie, tendenti a esaltare la grandezza del sultano con una magniloquenza del tutto estranea al lessico di Vlad. Ma a parte la scarsa aderenza di tale linguaggio alla personalità del principe, insofferente fino al disprezzo cristiano di uno dei suoi più validi nei confronti di chiunque occupasse posizioni più elevate della sua nella scala del potere, le lettere stesse non erano autografe ma ricopiate. Chiunque avrebbe potuto scriverle.
Non erano una prova, e nemmeno un indizio. Tanto più che a contraddirle sussisteva l’evidenza di fatti recenti, come la sanguinosa sfida lanciata da Vlad contro Maometto II.
Era inverosimile che si fosse battuto per tenere fuori dal proprio regno l’esercito di quello stesso sultano cui proponeva invece di attaccare insieme la contigua Transilvania, e da lì l’Ungheria. Dovette convenirne lo stesso Corvino, il quale lasciò dunque cadere accuse così azzardate, che se provate avrebbero comportato per Vlad una condanna capitale. Evitò perciò un processo, lasciando che sulle colpe di Dracula circolassero voci e dicerie tali da scalfirne la fama senza però comportare l’esigenza che venisse messo a morte.

Il dossier dei Sassoni
Caduta l’accusa di tradimento e intelligenza con il nemico storico della cristianità, resta da capire quali motivi potessero avere indotto il re d’Ungheria a imprigionare Dracula. L’ipotesi più verosimile è che avesse voluto in tal modo aderire alle richieste dei mercanti tedeschi, le cui comunità in Valacchia e Transilvania erano state brutalmente oppresse da Vlad, sia in termini di taglieggiamento economico che di criminale persecuzione, attraverso l’imposizione di tributi, divieti di commerciare fuori dei limiti territoriali loro riservati, sistematici saccheggi e deportazioni, ma soprattutto eccidi di massa.

Sulle malefatte di Dracula i Sassoni tedeschi avevano stilato un autentico dossier di accuse circostanziate, con ampia documentazione sui luoghi, le cifre e le modalità dei massacri. Premevano da tempo per ottenere giustizia, ponendo sul piatto della bilancia l’appoggio soprattutto finanziario ai sovrani cui di volta in volta si rivolgevano.
E comprensibile che Corvino, per il contrasto con l’imperatore germanico Federico III e la vocazione a espandersi verso l’Austria e la Stiria, fosse interessato a guadagnarsi l’appoggio dei Sassoni. Non era che una mossa per isolare il sovrano asburgico nella sua stessa nazione, sottraendogli spazio e consenso tra le categorie – e le genti – che avrebbero dovuto invece sostenerlo.

Orgogliosi entrambi, l’imperatore d’Europa e il re d’Ungheria si fronteggiavano. Il primo manifestava la propria ambizione adottando come divisa araldica degli Asburgo le cinque vocali AEIOU, poste a significare: Austriae est imperare orbi universo, cioè “Spetta all’Austria governare sul mondo intero”. Più realisticamente il secondo progettava di prendersi l’Austria fino a Vienna. Doveva, per riuscirci, fare breccia non soltanto nelle mura delle città, ma nel cuore dei Tedeschi. Da qui la sua attenzione alle pretese dei Sassoni, peraltro giuste, date le pene patite.

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