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12. Storia di Dracula

Storia di Dracula 12/15

La peste per alleata
Tirgoviste era la meta più importante di quella sua campagna. Sarebbe dovuta diventare il punto di partenza per le operazioni verso l’Ungheria. Ridotta però a un mucchio di cenere, senza uomini né animali né acqua da bere, non era di alcuna utilità. Di li a poco, intanto, cominciarono a manifestarsi nell’armata ottomana i primi casi di peste.
Era un’estate caldissima, riportano le cronache del tempo, che metteva a dura prova la resistenza dei Turchi, privi d’acqua e cibo fresco. Accresceva il loro scoramento l’audacia mostrata pochi giorni prima da Dracula, che con un manipolo di cavalleria aveva assalito in piena notte l’accampamento del sultano,protetto da forze ingenti di giannizzeri. Ancor più dell’azione temeraria gli aveva sconcertati il suo scopo manifesto, che era quello di uccidere il Maometto II nella tenda in cui riposava, riconoscibile dalle insegne e dai colori sgargianti della tela.

Obbiettivo mancato
L’attacco era parso inizialmente riuscire. I Valacchi erano piombati al galoppo tra i fuochi delle sentinelle travolgendo tutto ciò che li separava dal padiglione reale. Avevano fatto strage di soldati per buona parte disarmati, ancora storditi dal sonno, ma giunti in prossimità della tenda si erano trovati di fronte un muro invalicabile di giernizzeri armati di picche. Era bastato a frenare l’irruenza della carica e consentire ai Turchi di riorganizzarsi. Nella mischia furiosa che ne era derivata i Valacchi avevano avuto la meglio, senza poter però raggiungere il sultano. Non era rimasta dunque A Dracula altra scelta che ritirarsi, prima che il contrattacco turco potesse trasformarsi in un accerchiamento. Si era disimpegnato quindi con una ritirata improvvisa, come soleva fare abitualmente, scomparendo nella notte con il suo contingente quasi del tutto intatto. Migliaia di giannizzeri e altri guerrieri ottomani erano rimasti sul campo, e il morale dei sopravvissuti era a pezzi, mentre i Valacchi non avevano perduto che una percentuale minima delle forze.
Lo scopo di Dracula era però fallito: il sultano era vivo, e determinato a proseguire nella sua difficile avanzata.
L’eco di queste conferì a Vlad III una fama di temerario difensore della cristianità contro il Turco. Era in definitiva un sovrano di un piccolo Stato di confine che da solo si batteva contro l’immune macchina bellica dell’Impero Ottomano. Il Papa stesso ne era profondamente ammirato, tanto più al confronto della passività mostrata dai grandi regni d’Europa.
Non valse però tanta gloria ad arginare l’avanzata ottomana, di fronte alla quale i voivoda di Valacchia non esitarono a tradire vergognosamente il loro signore, schierandosi in appoggio del suo fratello Radu, candidato del sultano.

Guerra civile
C’era troppa disparità di forze in campo perché i nobili potessero preferire la via dell’onore a quella della convenienza. Così scelsero di allinearsi dalla parte dell’Islam contro Dracula, formando una forte compagine partigiana in favore di Radu.
La guerra di difesa si trasformò in guerra civile. Il che valse a moltiplicare gli orrori già praticati da entrambe le parti.
All’incendio dei villaggi e delle città si aggiunse lo sterminio delle popolazioni, di volta in volta sospettate di aver dato appoggio all’una o l’altra fazione.
All’ecatombe delle bestie, macellate per affamare il nemico, s’intreccio quella degli uomini, connotata di metodica e inaudita crudeltà.
Parve vincere, almeno in questa gara, Dracula. Si racconta che nell’ultima avanzata lungo il fiume Arges, verso il castello nel quale Vlad si era trincerato con i pochi fedeli rimastagli, Maometto II venisse quasi colto da malore alla vista di un valico interamente ostruito da una fittissima selva di cadaveri impalati. Eppure non si può dire che il sultano fosse nuovo a certi spettacoli.

Come una terrificante macchia nera, l’orda turca dilagò lungo le sponde dell’Arges, invadendo le alture antistanti la rocca di Dracula. Partivano di tanto in tanto, da questa massa formicolante di fanti e cavalieri, cannonate che in parte sbrecciavano le mura del castello, in parte si perdevano nel fiume. Non provocavano gran danno, ma cadenzando con loro colpi lo scorrere del tempo verso l’ora dell’inevitabile attacco.
Non c’era nessuna possibilità per Dracula di respingere con ciò che restava dei suoi fedeli l’armata di Maometto II, cui si erano uniti i partigiani valacchi di Radu. L’unico elemento a suo favore fu di essere informato con anticipo, da una spia infiltrata in campo ottomano, del giorno dell’assalto.

Il fiume della principessa
Ma anche questo vantaggio si mutò per lui in tragedia, poiché – si racconta – il messaggio dell’informatore fu letto della sua moglie, la quale, paventando di finire viva in mano ai Turchi, si suicidò gettandosi nel fiume dagli spalti. Perciò quel tratto dell’Arges fu detto – ed è ancora chiamato – Riul Doamnei, che vuol dire il Fiume della Principessa.

Nulla si sa di questa donna, nemmeno il nome. Né se fosse realmente la principessa di Valacchia o un’amante del principe. Le stesse fonti sono incerte, poiché soltanto chi fosse stato presente nel castello assediato avrebbe potuto riferire l’accaduto. Si appropriò tuttavia dell’episodio la fantasia popolare, che cantò la storia del infelice sposa di Vlad Tepes con accenti di struggente commozione. Si disse che fosse una creatura di straordinaria bellezza, che avesse dato a Dracula un figlio e che lui, di rimando, ne fosse perdutamente innamorato. Come di nessun’altra era mai stato.
Da questo spunto storicamente molto incerto traggono ispirazione i tentativi letterari di conferire alla leggenda di Dracula i tratti gentili di una tragedia d’amore, attribuendo tutto il male di cui è intrisa al trauma da lui subito nel perdere l’amata.
Alle radici del male
È tuttavia molto improbabile che a un evento del genere possano ricondursi le cause profonde dell’odio smisurato che Vlad III seppe mostrare per il mondo. Ed è improbabile per la semplicissima ragione che, quand’anche se ne dimostrasse l’autenticità, l’episodio verrebbe a collocarsi sul finire del secondo regno di Dracula, quindi in uno stadio della sua storia, in cui si era già guadagnato la fama che giustificò l’appellativo di Tepes, l’lmpalatore.
Altre voci però replicano che proprio a causa della labilità dell’episodio potrebbe essersi verificato in un qualsiasi momento critico delle numerose campagne intraprese da Dracula contro i Turchi, ancora prima del suo primo regno, ai tempi eroici della crociata del Cavaliere Bianco.

In un caso o nell’altro, il malinconico racconto dell’amante perduta nelle correnti dell’Arges è servito a sublimare in trionfo d’amore quella che nei fatti rimane una saga di orrori.
“Ho attraversato gli oceani del tempo per ritrovarti”, dice il Dracula cinematografico di Francis Ford Coppola (1992) nel riconoscere l’amante perduta in una donna incontrata di là dei secoli. È la misura di un amore spropositato, fuori di ogni parametro reale, come la furia sanguinaria che ha generato nel dissolversi. Ma deve trattarsi, per essere suadente, di una dissolvenza totale, irremissiva. Deve dileguarsi con la principessa ogni traccia di lei. Deve sparire, insieme all’amore, il suo frutto. E il preambolo a suo modo razionale di un’aberrante follia, destinata a protrarsi oltre la vita. Ne consegue qualcosa di ancora più pietoso della perdita stessa dell’amata, un’appendice tragica tendente a enfatizzare l’inconsolabile dolore di Dracula.

Alle radici del male
È tuttavia molto improbabile che a un evento del genere possano ricondursi le cause profonde dell’odio smisurato che Vlad III seppe mostrare per il mondo. Ed è improbabile per la semplicissima ragione che, quand’anche se ne dimostrasse l’autenticità, l’episodio verrebbe a collocarsi sul finire del secondo regno di Dracula, quindi in uno stadio della sua storia, in cui si era già guadagnato la fama che giustificò l’appellativo di Tepes, l’lmpalatore.
Altre voci però replicano che proprio a causa della labilità dell’episodio potrebbe essersi verificato in un qualsiasi momento critico delle numerose campagne intraprese da Dracula contro i Turchi, ancora prima del suo primo regno, ai tempi eroici della crociata del Cavaliere Bianco.
In un caso o nell’altro, il malinconico racconto dell’amante perduta nelle correnti dell’Arges è servito a sublimare in trionfo d’amore quella che nei fatti rimane una saga di orrori.
“Ho attraversato gli oceani del tempo per ritrovarti”, dice il Dracula cinematografico di Francis Ford Coppola (1992) nel riconoscere l’amante perduta in una donna incontrata di là dei secoli. È la misura di un amore spropositato, fuori di ogni parametro reale, come la furia sanguinaria che ha generato nel dissolversi. Ma deve trattarsi, per essere suadente, di una dissolvenza totale, irremissiva. Deve dileguarsi con la principessa ogni traccia di lei. Deve sparire, insieme all’amore, il suo frutto. E il preambolo a suo modo razionale di un’aberrante follia, destinata a protrarsi oltre la vita. Ne consegue qualcosa di ancora più pietoso della perdita stessa dell’amata, un’appendice tragica tendente a enfatizzare l’inconsolabile dolore di Dracula.

Il figlio ritrovato
Sfuggendo ai Turchi che avanzano, Vlad porta in sella il suo bambino, che è tutto ciò che gli rimane. Ma la ressa dei fuggiaschi è tale che il cavallo s’im-penna. Il piccolo scivola giù di groppa, senza che il padre riesca a trattenerlo. Trascinato dal flusso della folla in preda al panico, Dracula perde di vista l’erede. Invano lotta per raggiungerlo, invano chiama. Sono i suoi stessi uomini a risucchiarlo lontano, mentre il figlio si perde nella massa.
Supplementi di leggenda narrano che il bambino verrà raccolto da contadini in fuga e da loro allevato per essere riconsegnato al padre molti anni dopo, al rientro del regno che gli era stato tolto. La favola indulge su questa sorta di lieto fine, mostrando un Dracula insolitamente grato e generoso, che ricompensa i salvatori del figlio affrancandoli dalla servitù e dalla povertà con ricchi doni.
Se si considera che il secondo regno di Dracula ebbe fine con la rotta dall’Arges nel 1462 e che il terzo sarebbe venuto nel 1476, bisogna riconoscere alla leggenda un fondamento di verosimiglianza.
L’età del figlio perduto, al momento in cui viene ritrovato, è fissata intorno ai quattordici anni, esattamente quanti ne intercorrono tra la fuga del principe Vlad e il suo rientro in Valacchia

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