Browse By

11. Storia di Dracula

Storia di Dracula 11/15

Vlad TepesIl nemico di sempre
Nella logica della crociata, nessuno, neppure il Papa, trovava da eccepire se la

ferrocia di Dracula era diretta contro gli infedeli.
Vlad Tepes escogitò supplizi che “nemmeno i persecutori della cristianità, da Erode a Nerone, a Diocleziano e altri imperatori pagani, avevano mai concepito”: è questo il giudizio dei suoi contemporanei, espresso nel citato manoscritto coevo di San Gallo.
Va però detto che tanta malvagità suscitava nell’animo popolare – e anche in quello dei potenti, finanche del papa – reazioni opposte a seconda che venisse sfogata di qua o di là dal Danubio. Di condanna e repulsione, se riversata sulla popolazione di fede cristiana; di plauso e consenso, se indirizzata contro le genti ottomane, che su per i Balcani si incuneavano verso il cuore d’Europa.

Era la logica disumana della crociata, che considerava l’efferatezza eroica o disdicevole, criminale o degna d’encomio, a seconda di chi la subiva. Se a farne le spese era la gente di Valacchia e Transilvania, sollevava pietà e indignazione.
Come dimostra, del resto, la solidarietà del re Mattia Corvino e di altre teste coronate per le comunità sassoni di Kronstadt, Sibiu e svariate località rumene, oppresse dai saccheggi e dalle feroci rappresaglie di Vlad. Se a pagare erano invece i Turchi o le popolazioni islamizzate dei Balcani, il responsabile poteva menarne vanto, come per un’impresa ben condotta contro il nemico di sempre.

Contabilità di morte
Non c’è da stupirsi, dunque, se anziché nascondere i propri crimini, quando li perpetrava contro i Turchi o altri loro alleati, Vlad se ne vantava, documentando
con zelo contabile i massacri. Egli era, sotto questo profilo, di una meticolosità maniacale, che lo induceva a compilare resoconti dettagliati sul numero delle vittime oltre che sulle modalità della loro fine, spesso atroce.
Espresse ad esempio in una lettera al re d’Ungheria il suo orgoglio per avere ucciso “uomini e donne, vecchi e bambini” lungo il Danubio, fino nel cuore della Bulgaria. Precisava che i morti, tra Turchi e Bulgari, erano stati 23 884 “senza mettere in conto quelli che sono bruciati vivi nelle loro case, da noi incendiate, e quelli cui abbiamo tagliato la testa dopo la cattura”. Elencava poi località battute dai suoi armigeri, specificando accanto a ognuna il numero delle persone passate per le armi: 240 a Tortucaia, 384 a Novigrad, I I 38 a Nicopois, 6414 a Giurgiu, e così via di seguito, con morbosa diligenza.

Macabro omaggio

Matei Corvin

Matei Corvin


Rendendosi conto di quantò fossero fredde queste cifre rispetto all’emozione suscitata in lui dalla visione diretta dei corpi, inviava in omaggio al re Corvino sacchi pieni di teste mozzate, mani, nasi e via dicendo. Il che non faceva che accrescere la sua popolarità tra i sovrani d’Europa in un momento nel quale la stessa sopravvivenza dei loro regni sembrava essere in gioco.
Anche Vlad, come il padre, si era barcamenato all’inizio tra Turchi e cristiani, trattando con il sultano una improbabile alleanza ma tenendone subdolamente informato il re d’Ungheria.
Aveva infine fatto una scelta di campo meno equivoca di quella paterna, schierandosi contro l’impero ottomano. L’aveva indotto a questo passo la caduta di Costantinopoli, considerata il prologo di una campagna d’invasione contro l’Ungheria e gli altri Stati cristiani oltre il Danubio.

Il Papa che voleva convertire Maometto
Papa Pio II aveva risposto alla loro infingardaggine candidandosi a guidare di persona la spedizione, che non sarebbe potuta fallire – sosteneva – grazie alla protezione di una mistica reliquia donatagli proprio dall’ultimo imperatore d’Oriente prima di soccombere ai Turchi. Aveva esibito per Roma in processione questo prodigioso reperto, che era la testa dell’appostolo Andrea, il cui potere scaramantico trovava secondo lui conferma nel fatto che Goffredo di Buglione avesse conquistato Gerusalemme al grido di <Sant’Andrea di Patrasso>. Il Papa si era poi affidato allo Spirito Santo perché l’aiutasse a convincere il sultano che la cosa più conveniente per lui fosse quella di abbracciare la religione cristiana.
Non teneva conto il pontefice che quella corona Maometto II se l’era già presa, con la città che di Costantino aveva il nome.

Solo contro il sultano
Vlad comprendeva bene – e ne aveva continue conferme dalle sue spie – che le prime terre a essere occupate dall’orda islamica sarebbero state la Valacchia e la Transilvania, indispensabili al sultano per poter condurre l’attacco oltre i Carpazi. Migliaia di profughi in fuga dai territori che erano stati di Bisanzio fornivano a loro volta terrificanti resoconti sull’irresistibile avanzata turca. Aveva perciò rafforzato gli avamposti sul Danubio e si era trincerato nella città di Sibiu, giudicata fino allora imprendibile per le sue fortificazioni. Ma quale città poteva più considerarsi inviolabile dopo la presa di Costantinopoli? Maometto II aveva dimostrato di poter muovere un armata di centoventimila uomini appoggiata dal fuoco di decine di grandi bombarde, più batterie minori, in grado di rovesciare sulle fortificazioni nemiche tonnellate di ferro incandescente. Aveva aggirato con la sua flotta le ostruzioni del Corno d’Oro facendo scivolare più di ottanta navi su grandi rulli cosparsi di grasso attraverso un corridoio terrestre. Aveva imposto un tale grado di disciplina al corpo scelto dei giannizzeri da far ammettere agli stessi generali greci e genovesi che non vi fossero al mondo truppe altrettanto preparate.
L’unica speranza di potergli resistere, per Dracula, era quella di una crociata indetta dal papa e dagli altri sovrani occidentali nei Balcani. Aveva perciò aderito per primo all’appello lanciato da papa Pio II (nel 1459, da Mantova) per una campagna contro Maometto II. Ma non erano stati in molti a raccogliere l’appello. Così Dracula si era trovato da solo a sfidare il Turco, mentre il papa Enea Silvio Piccolomini non trovava di meglio che aggrapparsi alla delirante speranza di convertire Maometto alla fede cattolica.
Mentre il pontefice inseguiva questo suo folle miraggio nell’indifferenza dei re cristiani d’Europa, ben più in concreto Maometto II metteva a segno il suo progetto convergendo sulla Valacchia con due eserciti. Invano Dracula chiedeva soccorso ai voivoda dei territori circostanti. Sperò fino all’ultimo che Mattia Corvino intervenisse in suo aiuto. Arruolò infine un esercito di popolo, addestrandolo alla guerriglia, e si preparò a ricevere il Turco sul proprio terreno.

La battaglia del Ramadam
Dracula affrontò il primo esercito di Maometto II, non appena ebbe varcato il Danubio con una miriade di zattere, una mattina dell’estate 1462, in pieno Ramadan. Cronisti ottomani descrivono la battaglia in toni drammatici, ammettendo forti perdite. Suffragano questi loro resoconti le notizie riportate dallo storico bizantino Laonico Calcondila nelle sue Dimostrazioni storiche (dieci libri, conclusi nel 1480 circa) con l’intento di illustrare la situazione dei Balcani alla maniera di Erodoto e Tucidide, fornendo in specie un’immagine della catastrofe derivata dalla caduta di Costantinopoli.
L’artiglieria e i rifornimenti al seguito dell’armata turca ne avevano rallentato la marcia. In trecento erano caduti appena sbarcati, prima di poter puntare i cannoni, mentre il sultano sull’altra sponda “assisteva con grande tormento a quel violentissimo scontro”. Solo in un secondo momento, e dopo avere perduto molti altri soldati, gli artiglieri turchi riuscirono a posizionare le loro batterie (centoventi bocche da fuoco, secondo i cronisti al seguito dell’armata) e a servirsene. Ma l’esercito di Dracula, esaurito l’impeto iniziale, ripiegava velocemente verso l’interno.
Soltanto a questo punto il sultano decise di varcare a propria volta il Danubio. C’era con lui Radu il Bello, che contava di mettere sul trono di Vlad.
Nonostante la disparità di forze, Dracula tenne testa all’esercito turco evitando di affrontarlo in campo aperto ma sottoponendolo a un succedersi continuo di agguati e colpi di mano. I primi successi li ottenne sorprendendo a più riprese il nemico nelle paludi danubiane. Non si trattò di strepitose vittorie, ma servirono per far capire al sultano quali difficoltà l’aspettavano. Il vero piano di Vlad consisteva tuttavia nel attrarre l’armata ottomana verso l’interno, costringendola a inseguirlo nelle foreste e sui monti. Ci riuscì, ritirandosi oltre Tirgoviste, sui Carpazi.
C’era una mistica fede, da parte sua, nella forza della madre terra, la migliore alleata del popolo contro chiunque avesse osato invaderla. Era una fede condivisa dai contadini, che in massa si strinsero intorno alle sue insegne.

Un’armata di servi e contadini
E di questo periodo quella che viene considerata dagli storici la riforma militare di Vlad Tepes, il quale sciolse le milizie feudali – di cui non si fidava, sa-pendole vincolate al volere dei rispettivi voivoda – per costituire un’armata
di servi e contadini da lui stesso arruolata. Dracula utilizzò come base principale il suo castello sul fiume Arges, dal quale si spostava nei luoghi di volta in volta prescelti per cogliere di sorpresa il nemico. Si servì con ogni probabilità di altri castelli, come Bistrita in Transilvania e Chilia al confine della Moldavia, per riprendere fiato all’esterno di quello che era il teatro vero e proprio delle operazioni.
Al di là delle azioni improvvise, che procurarono gravi perdite ai Turchi, l’elemento che li mise in seria difficoltà fu la desolazione della terra bruciata che Dracula si lasciava alle spalle. Man mano che si ritirava nel cuore delle sue montagne, infatti, Vlad distruggeva ogni villaggio, ardeva il grano e le altre riserve alimentari, uccideva gli animali e ne gettava le carogne nei pozzi e nei corsi d’acqua, avvelenandoli. La stessa Tirgoviste venne incendiata, e quando Maometto II vi giunse non trovò di che rifornirsi.

error: Content is protected !!