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8. Storia di Dracula

Storia di Dracula 8/15

crociatiSpirito di crociata
Era una specie di acconto sul principato di Valacchia, al cui trono Dracula sarebbe presto tornato. Lo si poteva intuire dall’eco crescente delle sue imprese, ma anche, inversamente, dal decadimento del prestigio dei Danesti, considerati ormai inaffidabili per la remissività, se non proprio soggezione, nei confronti della Porta. Molte cose erano cambiate in casa ottomana – e nell’intero scenario balcanico, di riflesso – dal giorno in cui Vlad ne era fuggito. Aveva preso il posto di Murad, morto nel 145 I, suo figlio Maometto Il, che tutti ormai chiamavano il Fatih, cioè il Conquistatore, per avere definitivamente strappato ai cristiani (il 29 maggio 1453) la dorata città di Costantinopoli, detta dai viaggiatori la Bella o la Regina. Sventolava la mezzaluna sulle sue 394 torri, un tempo inespugnabili. Non erano valsi a proteggerla questa volta i sovrannaturali poteri delle mistiche reliquie venerate nelle sue migliaia di cripte. La santa basilica della martire Sofia era divenuta moschea, e i suoi tesori erano stati dispersi.
Si comprende quale risentimento scuotesse gli animi dei cristiani non soltanto balcanici in tanta rovina, e quale incentivo ne fosse derivato per quello spirito di crociata che nessun disastro aveva potuto fino allora piegare. Contribuiva a sorreggerlo la memoria esaltante dell’esemplare fine di Costantino Xl Paleologo, ultimo imperatore d’Oriente, caduto in armi, combattendo per la sua città. Non c’era più margine di tolleranza per le tresche dei voivoda confine con gli emissari del sultano. I giorni dei Danesti erano contati, e anche quelli che separavano Dracula dal suo ritorno in Valacchia.

Tempo di rappresaglia
Nessuno potrà mai dire che tipo di legame intercorresse davvero tra Dracula e Janos Hunyadi, se di autentica fratellanza o di mero calcolo politico. Sta di fatto che Dracula gli restò accanto, senza lasciarsi coinvolgere in intrighi o congiure di palazzo, condividendo con lui guerra e avventura.
Non era con lui nell’ultima battaglia, per la difesa di Belgrado, nel 1456. Anche in quell’occasione il Cavaliere Bianco fece strage di Turchi, costringendoli a togliere precipitosamente l’assedio e ritirarsi. Fu acclamato per questo come ‘il vero salvatore” della civiltà cristiana, ma cessava poco dopo di vivere, a Semlino, contagiato dalla peste insieme ad altri del suo seguito.
Più o meno contemporaneamente Dracula tornava a essere con pieno diritto il principe Vlad III di Valacchia, legittimato da un rescritto dell’imperatore, di cui aveva riguadagnato la fiducia dopo la lunga parentesi turca della sua vita. Per questo non era a Belgrado con Hunyadi, perché impegnato a rimettere ordine nella sua terra dopo averne ripreso possesso. Non fu questa volta clemente com’era stato neI 1448, quando appena diciottenne si era seduto per soli due mesi sul trono paterno. Non si limitò a uccidere l’usurpatore Vladislao in fuga, dopo averlo raggiunto a Tirgsor, dove fece poi erigere un monastero. Decise che era tempo di una rappresaglia esemplare, che colpisse con memorabile crudeltà coloro che si erano in qualche modo compromessi coi Danesti.

Sei anni di massacri
Si ha notizia dei massacri cominciati all’inizio del secondo regno di Dracula e perdurati per sei anni, fino alla sua destituzione da parte del re ungherese Mattia Corvino, figlio dell’amico Janos, nel 1462, da cronache leggendarie che hanno un sicuro fondamento di verità, riportando tutte i medesimi dettagli. Concordano infatti sulle atrocità praticate dal principe Vlad III di Valacchia, sul genere di tortura da lui prediletto, che era l’impalamento alla turca, e sul conteggio davvero impressionante delle vittime, resoconti di fonte tedesca e russa, ungherese, rumena, boema, serba e via dicendo. Si tratta di canzoni, ballate, racconti, ma anche di cronache circostanziate, riconducibili a una base comune attraverso numerosi punti di contatto.
Il prologo di questo florilegio di sangue ha per scenario la reggia di Tirgoviste, prescelta da Dracula con intenti celebrativi – si direbbe – per dare inizio alla sua rappresaglia. Era giusto, nell’ottica vendicatrice che si era prefisso, chiamare le caste privilegiate a pagare per prime il loro debito. Riunì dunque per una gran festa nel suo palazzo i notabili del principato con le loro famiglie, inclusi vescovi e prelati che non avevano contrastato con la predicazione il potere dei Danesti.

Banchetto tragico
Il banchetto ebbe tutta la magnificenza che l’occasione richiedeva, trattandosi di un evento per festeggiare il ritorno del principe al suo trono. S’intavolò tra una portata e l’altra una vivace conversazione sull’effimero valore dei regni terreni, sul quale gli ospiti incautamente ironizzarono. Per provocarli, Vlad aveva chiesto ai commensali quanti regni ricordassero di avere visto in vita loro. Qualcuno disse due o tre, riferendosi ai periodi nei quali avevano tenuto scettro Vlad II, padre di Dracula, un suo antagonista di nome Basarab II per un breve periodo e infine l’usurpa tore Vladislao, di recente ucciso. Altri dissero di aver visto fino a cinque regni, includendovi despoti transitori e voìvoda infedeli, che approfittando dell’assenza dei legittimi principi avevano governato la regione. Il discorso prese una china leggera e pericolosa, che indusse molti a scherzarci sopra, dicendo di avere visto nella loro esistenza fino a sette, dieci o addirittura trenta regni.
Non sapevano quanto Vlad III detestasse lo sciocco umorismo conviviale. Nemmeno si avvidero dell’occhiata e dell’impercettibile cenno con cui ordinava alle sue guardie di chiudere le uscite: legati con le loro famiglie, vennero trascinati in uno spiazzo
oltre le mura, nel quale era stata eretta una foresta di pali. Lì vennero giustiziati, da carnefici che con chirurgica esperienza li tennero in vita per ore, badando a non ledere – nel trafiggerli -organi vitali. I loro corpi contorti nello spasimo del martirio restarono sui pali, fino a quando non furono decomposti e straziati da bestie selvatiche, secondo una consuetudine diffusa tra i Turchi allo scopo di terrorizzare le popolazioni.
Dracula assisté al supplizio dall’alto della torre detta di Chindia, restaurata durante il regime di Ceausescu, nel quadro delle opere da lui volute per valorizzare il mito di Dracula, in termini sia turistici che politici, considerato il ruolo da lui svolto contro l’invasore turco.

Pane e sangue
Molte altre storie sulle feroci rappresaglie di Dracula ricorrono, come il massacro di Tirgoviste, in testimonianze di origine diversa.
Tra le più note c’è quella dell’ospite che osò domandargli – mentre banchettavano all’aperto, tra una moltitudine di agonizzanti sui pali -come potesse riuscire a mangiare in tutto quel fetore di morte.
“Vi dà così fastidio?”, chiese Vlad, continuando a mangiare. L’ospite annuì, coprendosi il naso per sottolineare il suo disgusto. Prontamente allora, come per toglierlo d’imbarazzo, il principe ordinò d’impalarlo su di una pertica su di una pertica più alta da sovrastare tutte le altre. “Di lassù – aggiunse con fare cortese – non sentirete alcun odore”.
Pare che l’episodio si colleghi al massacro avvenuto nei dintorni di Kronstadt (Brasov per i Rumeni), dove vennero trucidati migliaia di cittadini della comunità tedesca, malvista dal principe per ragioni commerciali, trattandosi di mercanti che tendevano a soffocare l’economia valacca. Alcune fonti parlano di ventimila uomini messi a morire sui pali, altre confermano attribuendo alla città il primato in questo genere di esecuzioni.
Viene ricordato anche il pasto di Dracula e dei suoi ospiti tra i suppliziati ancora vivi, che del resto si ripeté altrove più volte, con analoghi particolari. Fu in questa occasione, a quanto si tramanda, che Dracula intinse il pane nel sangue (o ne beve, dopo esserselo fatto servire in una coppa), dando lo spunto per la sua leggenda di vampiro.
Dell’ospite dall’olfatto delicato, e perciò issato a morire su un palo più alto degli altri, si ‘parla in cronache diverse. Si legge in un manoscritto tedesco che fosse un nobile. In certi racconti rumeni è indicato come un boiaro, legato al principe da un rapporto di vassallaggio. In un racconto russo è solo un servo, colto da un attacco di nausea.

Vlad III era vanitoso oltre che crudele. Amava essere adulato, purché l’adulazione fosse plausibile e non palesemente viziata dalla paura. Incoraggiava perciò chi ben sapeva simulare ammirazione o fiducia nei suoi confronti. Così come uccideva per un nonnulla, per un nonnulla faceva grazia della vita. Non aveva uno speciale riguardo per gli ambasciatori, che colti spesso alla sprovvista dalle sue stranezze rischiavano di finire impalati per mancanza di spirito.
Capitò a un nobile polacco, giunto a Tirgoviste come ambasciatore del re ungherese Mattia Corvino, di sentirsi porre un agghiacciante quesito alla fine di un banchetto nel corso dei quale aveva conversato amabilmente con Vlad. Forse aveva detto qualcosa che aveva urtato la sensibilità del principe, così imprevedibile.

Il palo d’oro
Sta di fatto che questi ordinò ai servi di issare un palo dorato e poi, rivolto all’ambasciatore, chiese: “Per chi pensate che sia questo palo?”. Il polacco, ben conoscendo le abitudini di Dracula, capì di trovarsi in pessime acque, ma prontamente rispose: “Dev’essere per dare morte onorevole a un nobile che vi ha offeso in qualche modo”.
“E per onorare voi – disse allora Vlad, studiandone la reazione – dato che siete l’inviato di un gran re”. Se è così – replicò l’ambasciatore con finta rassegnazione – vuoi dire che me lo merito, poiché non c’è giudice più giusto di voi”.
Aggiunse poi stoicamente di ritenersi responsabile della propria morte. Dracula allora scoppiò a ridere. “Bravo!”, si compiacque, battendogli una mano sulla spalla. “Questa risposta ti ha salvato”.
Rivolto poi agli altri commensali lodo’ l’ambasciatore dicendo che era d’avvero in grado di trattare con i grandi sovrani, e perciò degno di vivere.
Non giudicò degno di vivere, invece, un inviato del sultano che non seppe rispondere con sufficiente acume a certe domande. Fece issare anche per lui, come per il polacco, un palo dipindo di vernice dorata, su cui il mal-capitato trovò una morte atroce. Al sultano, che era il terribile Maometto II, suo amico di un tempo, mandò a dire di non permettersi più di mandargli un interlocutore tanto stupido.

Per rinsaldare le tradizioni
Non andò meglio a una intera delegazione di ambasciatori turchi, che giunti alla presenza di Dracula s’inchinarono, com’era consuetudine, senza togliersi il turbante. Dracula che ben conosceva le loro usanze, avendo tanto vissuto alla corte ottomana, finse di ignorarle, chiedendo perché mai non si fossero scoperto il capo.
“E la nostra tradizione – rispose il capo della legazione. Non ci scopriamo neanche di fronte al sultano”.
Dracula assentì allora con un segno del capo, dicendo che aveva grande rispetto per le tradizioni degli altri popoli. Fece quindi venire dei carpentieri provvisti di chiodi e martello perché fissassero i turbanti in testa agli ambasciatori. “Così le vostre tradizioni saranno più salde”, disse.
Volle motivare razionalmente la propria follia, anche questa volta, mandando a dire al sultano che ognuno era libero di osservare le proprie abitudini in casa sua ma doveva guardarsi dal tentare d’imporle ad altri.
Questi episodi caratterizzati da un sinistro umorismo compaiono in cronache coeve di lingua russa e tedesca, i cui raffronti sono preziosi alfine di valutarne l’attendibilità storica. Tutte ad esempio concordano nell’indicare nel nobile polacco un ambasciatore del re Mattia Corvino, che alcuni identificano nel barone Benedetto di Boithor. Tutte attribuiscono a Vlad un’arroganza spropositata nei confronti del sultano, certo dovuta al risentimento verso il suo carceriere di un tempo.
Parallelamente alla vanità di Dracula, trapela da questi racconti una sua distorta idea di giustizia, tendente a infondere nei delitti più atroci una sorta di dignità intellettuale, quando non addirittura una giustificazione morale.

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