5. Storia di Dracula

Storia di Dracula 5/15

I figli in pegno
vlad_tepes_draculaPrevedendo che il sultano intendesse imprigionarlo, il principe di Valacchia recava come salvacondotto la sua prole, da offrire in ostaggio. Avrebbe così ottenuto di poter ripartire, lasciando in pegno ciò che aveva di più prezioso, cioè la sua discendenza. Era una prassi del resto assai comune, cui ricorrevano vassalli e re, gli uni per garantire la propria fedeltà, gli altri per avere una ritorsione da compiere in caso di tradimento. Gli ostaggi venivano in genere trattati con un riguardo adeguato al rango. La loro prigionia acquistava così toni dorati, protraendosi per anni, talvolta per una vita intera. La drammaticità di questa ospitalità forzata si stemperava allora nell’abitudine, lasciando spazio a una fioritura di legami d’intimità e amicizia con i carcerieri.
C’era in qualsiasi momento il rischio spaventoso di poter pagare con una orribile fine la defezione o il voltafaccia di chi avrebbero dovuto garantire con la vita. Ma se questo non accadeva finivano per integrarsi nel mondo in cui gli eventi li avevavo sbalzati. Ne acquistavano le abitudini e la mentalità, sentendosi a lungo andare più simili agli estranei di cui erano in custodia che ai familiari ormai lontani, colpevoli oltre tutto di averne sacrificato la libertà.
Vlad e Radu avevano fino allora vissuto con la madre. Viene da chiedersi quale sorpresa debbano avere provato nel s2entirsi proporre un viaggio in terre lontane con il padre, che tra una guerra e l’altra non avevano avuto alcun modo di conoscere.
C’era dell’allegria negli occhi di entrambi mentre attraversarono con loro scorta il Danubio. Non sapevano in che antro spaventoso si stessero inoltrando, e quali orchi li attendessero.
OSTAGGI DEL SULTANO
Non appena ebbero messo piede in territorio turco, Vlad e i due bambini vennero presi in consegna dagli emissari del sultano, che li trattarono con ogni durezza, incatenandoli come schiavi.
E’ intuibile che genere di esecuzione venisse riservata ai Valacchi del seguito di Vlad che non avevano avuto la fortuna di morire battendosi.

In prigione nella rocca di Gallipoli
Anziché alla corte di Adrianopoli, come si aspettava, il principe di Valacchia venne condotto coi suoi figli nella rocca di Gallipoli, sulla riva settentrionale dei Dardanelli, e lì tenuto prigioniero. Murad aveva una predilezione speciale per quel porto fortificato, dal quale sarebbero dovute partire un giorno le operazioni per la conquista definitiva della Grecia. Vi aveva perciò costruito una reggia fastosa, protetta da imprendibili mura.
Tenne Vlad e i suoi figli imprigionati nei sotterranei del palazzo, sottoponendoli al tormento peggiore, che era l’incertezza della loro sorte. Volle infine interrogare di persona l’alleato dal quale si riteneva tradito, chiedendoli conto del suo comportamento.
Dracul si difese con astuzia levantina, adducendo a prova della propria fede il fatto di avere portato con se i figli Dracula e Radu. Non si sa quanto potesse apparire convincente un simile discorso all’orecchio diffidente del sultano, ma visto che il voivoda aveva due figli da lasciare in ostaggio Murad lo lascio andare. Gli faceva evidentemente più comodo un alleato oltre il Danubio, condizionato dai figli lasciati in garanzia, che un nemico da giustiziare a Gallipoli.
Rimasero con Murad, non più prigionieri ma ospiti, Dracula e Radu. Era il 1440 circa. I due ragazzi vissero da quel momento in intimità familiare con i cortigiani del sultano, imparando lingua e abitudini turche.
Da Gallipoli vennero trasferiti dopo qualche anno altrove, seguendo – com’era d’uso – gli spostamenti della corte.

I piaceri dell’Harem
Crescendo, appresero etichetta e le regole della diplomazia ottomana, con le finezze di una logica tendente al raggio e alla simulazione. Parteciparono a banchetti di cui la nobiltà europea ignorava la magnificenza. Assistettero senza speciale emozione al martirio dei nemici di Murad, per i quali erano pronte sempre nuove tecniche di tortura.
Giovanissimi, varcarono le soglie degli Harem, dove amici generosi mostrarono loro la via di raffinati piaceri. Fu in quelli anni che a Radu fu dato il sopranome di Bello. Di lui s’invaghì, a quanto si racconto, lo stesso sultano, che lo volle nel proprio Harem maschile.
Tutto ciò non ridimensionava però la minaccia costante che, per un tradimento del padre, i due principi così finemente islamizzati chiudessero i propri giorni nei supplizi. Il che parve sul punto di accadere tra il 1443 e il 1444, quando i sovrano d’Occidente, spaventati dall’espandersi della potenza ottomana, presero le armi contro Murad.

Vlad II alla crociata
Aderì infatti alla crociata anche Vlad II di Valacchia, insieme all’inseparabile Mircea, incurante che in tal modo si giocava la vita degli altri due figli, ostaggi del sultano. Egli rinnovò la sua fedeltà all’Ordine del Drago con tanto fervore che gli echi di questa sua “riconversione” cristiana giunsero fino a Roma (e di sicuro ad Adrianopoli) procurandogli ogni benedizione speciale del Papa Eugenio IV.
Ben consapevole della sorte cui condannava in tal modo Dracula e Radu, si giustificò dicendo (in una lettera alla città transilvana di Brasov, da vov’era presumibilmente partito per la nuova impresa balcanica) che volentieri sacrificava i suoi figli <<in nome della pace cristiana>>, per poter continuare a servire il Sacro Romano Impero. In una identica situazione era venuto a trovarsi, proprio a quel tempo, il voivoda serbo Jorgy Brankovic, che per liberare la sua terra aveva preso le armi contro la Porta, incurante di avere lasciato in ostaggio di Murad due suoi figli, che per rappresagli erano stati accecati.
Una fine altrettanto atroce aspettava ora Dracula e Radu, la cui vita non aveva alcun valore dopo il tradimento del padre. Nulla lasciare presagire che qualcosa poteva salvarli. Furono invece risparmiati. Non solo non viene torto loro un capello, ma le condizioni stesse della loro blanda prigionia rimasero invariate.
La crociata balcanica parve dapprima mettere in ginocchio le forze ottomane, poi si risolse in un disastro a Varna, sul Mar Nero, dove il 10 novembre 1444 Murad sferò il suo contrattacco. L’esercito cristiano era essenzialmente composto di Ungheresi e Polacchi, riuniti sotto lo scettro di Laslao Jagellone, divenuto alla morte dell’imperatore Alberto II d’Asburgo re di entrambe le nazioni (Ladislao III in Polonia, V in Ungheria).

Il Cavaliere Bianco
Guidava lui personalmente l’armata insieme a Janos Hunyadi, considerato in quelle contrade la quintessenza del cavaliere cristiano senza macchia e senza paura. Avallavano questa sua eroica reputazione le strepitose gesta compiute contro i Turchi alla difesa di Belgrado, nel 1440, e alle Porte di Ferro, sul Danubio, nel 1442. Gli Italiani dei reggimenti pontifici aggregati all’armata lo chiamavano il Cavaliere Bianco, per la tunica immacolata che indossava sopra l’armatura, deformato dai soldati in Janko.
Cavalcava in testa all’armata, con Janos Hunyadi e Ladislao, in rappresentanza del papa, il cardinale Giuliano Cesarini.
I Turchi vennero sconfitti in Serbia e in Bulgaria, e Sofia fu riconquistata. Da lì, Janos, re Ladislao e cardinale Cesarini piombarono come una folgore sulle coste del Mar Nero, dove decimarono la flotta della Porta e conquistarono numerose roccaforti. Ma si erano spinti troppo in profondità oltre i propri confini, su un terreno che non potevano controllare. Non resero quindi all’urto di un’armata guidata da Murad, che li travolse in prossimità del porto di Varna. Morirono sul campo re Ladislao e il legato pontificio Cesarini. Hunyadi cercò scampo nella fuga, e questo gettò un’ombra sulla integrità guerriera del Cavaliere Bianco.

Un eroe sotto accusa
Non erano stati coinvolti nella disfatta Vlad II di Valacchia e suo figlio Mircea, che avevano limitato il loro raggio d’azione, come altri voivoda locali, agli obbiettivi cui erano direttamente interessati per ragioni territoriali. In quest’ottica personalistica si era battuto Mircea, riconquistando la cittadella Giurgiu sul Danubio. Non si era messo in luce Vlad, cui la rovina abbattutasi sull’avversario Janos Hunyadi non poteva che giovare. Come alla maggior parte dei voivoda balcanici e mitteleuropei, che consideravano la crescente fortuna degli Hunyadi una minaccia per la loro dipendenza.
Non fu dunque lasciata cadere l’occasione per mettere Janos sotto accusa, attribuendoli la responsabilità della disfatta. Si riunì per giudicarlo una corte di guerrieri scampati come lui al massacro di Varna. Tra le colpe addebitategli, la fellonia, la defezione in battaglia, l’abbandono del re al suo destino, passibili tutte di morte. Tra i più accaniti accusatori si mise in mostra Mircea, che quasi convinse il tribunale a emettere una sentenza capitale. Prevalse tuttavia la decisione di graziare Hunyadi – pur riconoscendolo reo delle accuse rivoltegli – in considerazione dei servigi fino allora resi alla causa cristina.
Dracul riprese le sue scorribande con Mircea, Janos le redini del potere, assumendo il titolo di reggente d’Ungheria per conto del nuovo re Ladislao VI, di soli quattro anni, detto il Postumo perché nato dopo la morte del padre Alberto II d’Asburgo, sacro romano imperatore.

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