2. Storia di Dracula

Storia di Dracula 2/15

Una storia del Medio Evo

Radu il Bello

Radu il Bello

Vlad Tepes (nominato poi Dracula) cresceva con il fratello Radu il Bello tra le corti della nativa Sighisoara e della nuova capitale Tirgoviste, strategicamente situata sulle alture dei Carpazi meridionali, detti anche gli Alpi Transilvanici. Il loro padre, intanto, si cimentava in una serie di battaglie per conservare la sua egemonia sulla regione. Insidiavano il principato nemici di diversa provenienza, che non costituendo un’unica compagine lo costringevano a estenuanti campagne, senza soluzione di continuità, su fronti diversi e con diversi alleati.

I signori della guerra
Impetuoso e fedele, combatteva in ogni frangente al suo fianco il primogenito Mircea, la cui fama di guerriero instancabile andava crescendo tra i voivoda (prinicpi) coinvolti a vario titolo – alleati talvolta, avversari talvolta – in quella girandola di guerre. Ancor più del padre, veniva considerato l’emulo e l’erede ideale del nonno in cui portava il nome, Mircea il Vecchio, il primo della famiglia ad avere avanzato pretese sulla Valacchia nei confronti dei cugini Bessarabi, avallandole con uno speciale zelo guerriero contro i Turchi, per difendersi dai quali aveva edificato sul Danubio la città fortificata di Giurgiu (al sud). Si agitavano in questo crogiuolo di morte piccoli despoti senz’altra indipendenza che quella assicurata loro dal taglieggiamento e dal saccheggio dei territori circostanti, ma anche principi coronati, sovrani già insediati su troni prestigiosi e lo stesso imperatore, trascinato in contese ambigue e dall’esito imprevedibile.

Com’era successo con i Hussisti di Boemia, eretici e nazionalisti strumentalizzati da re Venceslao per minare l’autorità imperiale del fratello Sigismondo. C’erano in campo le famiglie dei Bessarabi, divise nel rivendicare i troni di Valacchia, Moldavia e Transilvania; c’erano gli Hunyadi transilvani, capeggiati dal principe Janos, la cui fama di crociato invito l’induceva a farsi largo quale aspirante alla corona ungherese; c’era il moldavo Bogdan, cugino di Vlad, che con suo figlio Stefano tentava di conseguire un primato tra i principi schierati contro la Porta; e c’erano gli Asburghi, che dall’Austria sognavano un impero danubiano a scapito dell’Ungheria anche gli Jagelloni di Polonia, discesi dalla Lituania e ora protesi verso Boemia e Romania dopo aver messo in ginocchio l’Ordine teutonico, pallido fantasma della gran macchina da guerra ch’era stato.

Balcani in fiamme
C’erano infine i signori della Bianca Città che le popolazioni dall’identità incerta di quella regione chiamavano Belgrado, contesa tra Turchi e cristiani dopo essere stata bizantina, bulgara e serba. Dai Serbi era stata ceduta all’Ungheria, che, dopo averne fatto la rocca forte della cristianità balcanica, stendeva a tenersela. C’era giù per i Balcani, al di là dell’insanguinata pianura del Kossovo e dei campi bruciati di Semedria e Nikopol, teatro di catastrofiche disfatte cristiane, il limite oltre il quale si accendeva alla inviolabile Porta. Di laggiù levava la sua minaccia il Turco, nemico di sempre, guidato dal sultano Murad II, uomo determinato e di gran lunga più lungimirante dei suoi avversari. E’ difficile dire quanto il Murad credesse nell’effettiva possibilità d’innalzare nel cuore d’Europa la bandiera della Mezzaluna. Ma una cosa era certo: ai cristiani avrebbe almeno strappato Constantinopoli e decretato la fine di quanto restava dell’Impero Romano d’Oriente. Era questo il progetto cui lavorava con fervore nella sua reggia di Adrianopoli, che ormai considerava come una sorta di residenza provvisoria in attesa di trasferirsi tra gli ori di Bisanzio, sul Bosforo dai tramonti d’opale. Invano, da Roma, il Papa invocava l’unità dei principi cristiani per l’arginare l’avanzata del sultano che già nel 1422 aveva assediato Constantinopoli. Non solo quest’unità restava un’utopia, ma il tradimento era spesso la regola per quei voivoda dalla corona vacillante che, insidiati dai propri vicini, vedeva nella protezione ottomana la solo via di salvezza.

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