Storia di Dracula 14/15
Prigionia
dorata
Ne pagava le spese Vlad Tepes, senza che gli venisse però
torto un capello. È questa l'ipotesi più credibile
sulle ragioni della sua dorata prigionia nella fortezza di Buda
e nella vicina residenza reale di Visegrad, sul Danubio. Matteo
ne aveva fatto un centro di cultura e di rinascenza umanistica,
frequentato da scienziati e letterati, storici e artisti, arricchendola
di una biblioteca tra le più fornite dell'epoca, chiamata
in suo onore Corvina. Splendido e raffinato era pure il tenore
mondano dell'esistenza che vi conducevano i nobili magiari coi
loro ospiti boemi e polacchi, rumeni, tedeschi, rappresentativi
di una società cosmopolita e fiorente. Non fu dunque così
penoso il soggiorno forzato di Dracula, che risalì velocemente
in quegli anni la china della sfortuna politica, riconquistando
la fiducia del re.
Erano in troppi a odiarlo. Così quando, dopo il lungo esilio,
riusci a tornare sul trono di Valacchia, vi rimasse solo pochi
mesi. Fino alla morte, avvenuta in battaglia, in circostanze mai
chiarite.
Una fine violenta
Dodici anni, dal 1462 al 1474, durò quella che comunemente
viene ricordata come la prigionia di Dracula, ma che fu tale solo
all'inizio, tramutandosi con gli anni in qualcosa di più
simile a un blando esilio presso il re Mattia Corvino, tornato
a essergli amico. Fa fede di quest'ultima circostanza il fatto
che la promessa di dargli in moglie una principessa di sangue
reale venne mantenuta. Riporta addirittura l'antico manoscritto
proveniente dal monastero Kirillov-Belozersky che "il re
gli diede in moglie sua sorella". Il che non è lontano
dal vero, poiché si trattò con ogni probabilità
di una cugina di Mattia, che storici autorevoli ritengono di avere
identificato in Ilona Szilagy, figlia del barone magiaro Mihail,
legato a Vlad da una vecchia amicizia per avere combattuto insieme
contro i Turchi.
Il matrimonio segnò di fatto la fine della prigionia vera
e propria di Dracula, che ebbe in dono dal re una villa nell'abitato
di Pest, antistante la fortezza di Buda, sull'altra riva del Danubio.
Lì andò a vivere una vita pressoché normale
con Ilona, dalla quale ebbe due figli. Al primo venne messo il
nome dell'avo materno Mihail o Minhea, il che conferma lo stato
di soggezione in cui Vlad si trovava.
Dal padre, in ogni caso, il ragazzo eredità non solo il
titolo ma anche l'indole, guadagnandosi da adulto l'appellativo
di Minhea il Malvagio.
L'interesse del Papa
Come condizione per poter contrarre questa parentela, che preludeva
alla reintegrazione nei suoi diritti dinastici, Vlad dovette convertirsi
dalla originaria fede ortodossa a quella cattolica dei re d'Ungheria.
Lo fece senza problemi, e su questo espresse un giudizio severo
l'estensore russo del medesimo testo da cui si apprende delle
nozze di VIad, che lo biasima per avere sacrificato la vita eterna
in nome dei <<vantaggi terreni>>, abbandonando la
<<luce dell'ortodossia>> per rifugiarsi nelle <<tenebre
del eresia latina>>.
Continuarono a circolare durante questi anni voci infamanti sui
suo conto, come quella che lo accusava di non avere perduto <<le
cattive abitudini>> neanche da detenuto, tant'è che
dava la caccia ai topi in cella e si faceva procurare dai guardiani
volatili da impalare o torturare in altro modo. Ma il valore di
simili storie è semplicemente aneddotico, mentre autentico
risulta essere stato l'interessamento del papa Pio Il e di altri
governanti cristiani alla prigionia di Dracula, le cui sfortune
non ne avevano appannato la reputazione di guerriero indomito,
in grado di dare scacco a soverchianti forze ottomane.
Danno testimonianza di quest'attenzione internazionale alla sorte
di VIad Tepes le note informativa degli ambasciatori ai rispettivi
sovrani, tra le quali spiccano per la loro frequenza le relazioni
del legato pontificio Nicholas Modruss.
A questo solerte informatore si deve una dettagliata descrizione
dell'aspetto fisico di Dracula, che trova tra l'altro riscontro
nei rari ritratti esistenti.
Ritratto dal vero
Il principe di Valacchia è rappresentato in tali note come
uomo <<non molto alto ma forte, di costituzione robusta,
con un'espressione crudele e terrificante in viso, il lungo naso
affilato, le guance magre di colorito rossastro, grandi occhi
verdi sovrastati da sopracciglia nere e folte, che accentuano
il lampo minaccioso dello sguardo>>.
Di questo suo viso Dracula aveva una particolare cura. Teneva
che fosse sempre ((ben rasato, ma decorato da lunghi baffi spioventi".
Aveva ampia la fronte, capo sorretto da un collo muscoloso, quasi
taurino, e spalle larghe, sulle quali scendeva in voluto disordine
"una cascata di riccioli neri".
Ma le descrizioni del legato pontificio Modruss non riguardano
solo l'aspetto del principe VIad. Egli gli attribuisce nelle sue
relazioni l'uccisione di 40 000 persone, schiacciate dai carri
o torturate come "solo il più tremendo dei tiranni
poteva concepire", e si sofferma a descrivere minutamente
le tecniche di cui Dracula soleva servirsi per impalare le sue
vittime tenendole lungamente in vita. Dracula "non trascurava
nessuna possibilità di martirio", scrive il legato
al papa, e per questo giunse a "infiggere i pali nel seno
delle madri per impalarvi sopra i figli", così che
potessero seguirne da vicino l'agonia. Avalla simili atrocità
anche il nunzio apostolico Gabriele Rongone, elevando però
a centomila il numero dei suppliziati.
Destino segnato
Nel momento in cui la stella di Dracula riprese luce si compì
tragicamente il suo destino. Gli bastò uscire dalla prigionia
e riprendere il trono in Valacchia perché la sua sorte
fosse segnata. Lo sapeva. In troppi lo odiavano: signori e pezzenti,
gente delle terre su cui aveva regnato e di quelle che aveva invaso,
mercanti sassoni ed emiri ottomani, cavalieri del Drago, discendenti
dei Danesti e pretendenti a qualsiasi titolo dello scettro di
Valacchia. Per questo non volle portare con sé la moglie
Ilona e i figli, lasciandoli sotto l'ala sicura di re Corvino
nella casa di Pest, il solo luogo nel quale lui stesso fosse vissuto
fuori dei pericoli, il solo nel quale la morte non l'avesse seguito
come un'ombra.
A risollevare definitivamente le fortune di Vlad - e decretarne
di riflesso la fine - fu la necessità, caldeggiata dal
nuovo papa Sisto IV e condivisa dal re d'Ungheria, di indire un'altra
crociata contro la Porta.
Servivano capitani spregiudicati e forti, che avessero già
dato prova delle loro capacità militari dell'assenza, soprattutto,
di pietà. Furono scelti VIad Tepes e il sanguinario tiranno
serbo Vuk Brankovic, nipote di quel voivoda Jorgy che pur di combattere
i Turchi aveva lasciato accecare i propri figli, tenuti in ostaggio
dal sultano. A VIad fu affidato il comando del contingente ungherese,
Vuk tenne per sé quello serbo. C'era in entrambi tanto
odio - represso per dodici anni, nel caso di Dracula - da non
lasciare dubbi sul modo in cui sarebbe stata condotta la campagna.
I due agirono di concerto, facendo indiscriminatamente strage
di nemici e di popolazioni inermi. Molto si scrisse sulle operazioni
da loro condotte in quella estate del 1474, deplorandone a seconda
dei punti di vista gli eccessi di crudeltà o esaltandone
l'effetto demoralizzante che avevano sull'armata ottomana. Si
disse che Dracula esibisse come insegne resti umani, tenuti alti
e bene jn vista sulle picche per terrorizzare i nemici. Funzionava,
ed era questo che per gli alleati contava.
Patto a tre
Scese in campo anche Stefano il Grande, che volle però
prima riconquistare la fiducia del cugino, minata dal tradimento
di Chilia, quando anziché aiutarlo contro i Turchi, si
era unito loro per dargli il colpo di grazia. Invase perciò
la Valacchia e detronizzò Radu il Bello, lasciando che
sedesse provvisoriamente al suo posto Basarab III, un principe
fantoccio della famiglia dei Bessarabi per scaldare il trono a
Vlad. Strinse poi con lui un nuovo patto, di cui si fece garante
il re d'Ungheria: i tre firmarono insieme, impegnandosi a sostenersi
vicendevolmente e a battersi di comune accordo contro il Turco.
La crociata, nonostante le stragi da entrambe le parti, non sortì
risultati di rilievo a causa del nepotismo imperante a Roma, che
provocò disastrosi contraccolpi nella gestione delle risorse.
Ne fu quasi paralizzata, tra l'altro, la flotta cristiana al comando
del cardinale Oliviero Carafa, che con ben altra efficacia avrebbe
potuto agire sotto la guida degli ammiragli di Napoli e Venezia,
principali armatrici delle navi disponibili.
L'esito deludente della crociata non impedì comunque a
Dracula di acquisire meriti che lo rendessero degno di tornare
a regnare in Valacchia. Tanto più che Basarab costituiva,
per i suoi legami con la Porta, un fattore di pericolo nei confronti
della vicina Ungheria.
Ebbe così inizio nel gennaio 1476,con la ratifica di Mattia
Corvino e della Chiesa ungherese, il terzo regno di Dracula. Venne
mobilitata nel giro di qualche mese un'armata magiara, della quale
facevano parte contingenti transilvani, moldavi e valacchi, al
comando del barone Stefano Bàthory, gentiluomo amico di
Corvino.
Vlad poté disporne all'inizio dell'estate. Marciò
quindi contro l'esercito di Basarab, composto di truppe prevalentemente
turche.
Ultima battaglia
I combattimenti volsero a vantaggio di Dracula, che poté
riprendersi il trono, senza riuscire pèrò a consolidare
come avrebbe dovuto il suo potere. Per troppo tempo era rimasto
lontano, e una lenta epurazione aveva portato alla scomparsa delle
poche famiglie a lui fedeli. La partenza delle truppe di Bàthory,
richiamate in Ungheria, lo rese ancor più vulnerabile.
I Turchi di Basarab tornarono all'attacco. Dracula parve sul punto
di respingerli nel corso di una battaglia presso Bucarest, ma
un fatto ne rovesciò le sorti. Cosa realmente accade non
è chiaro. Cronisti sia slavi che turchi concordano che
Vlad sia stato ucciso dai suoi stessi uomini, che lo trafissero
a colpi di lancia "avendolo scambiato per un turco".
La spiegazione non è delle più convincenti. Si legge
in un resoconto di parte cristiana che a un certo punto del combattimento
Dracula discese "in preda all'euforia, dalla collina sulla
quale si trovava per spingersi nella mischia. Lo avrebbe fatto
per vedere meglio in che modo i suoi uomini massacravano i Turchi,
avvicinandosi probabilmente contro luce e con il capo cinto da
una benda che portava abitualmente, molto simile a un turbante
di foggia ottomana. Lui stesso, vedendosi attaccato, avrebbe reagito
colpendo i propri uomini per poi soccombere senza essere riconosciuto.
Di credibile in tutto questo c'è che Dracula cadde in quella
battaglia, nel estate deI 1476, e che in tal modo ebbe fine il
suo terzo regno, durato poco più di sei mesi.
Quanto alla versione che siano stati i suoi stessi uomini a ucciderlo,
la si può intendere nel senso che venne tradito, non che
possa essere accaduto per sbaglio. La situazione precaria nella
quale si trovava - e la convergenza di rancori nei suoi confronti
- rende molto più verosimile una congiura che un errore.
Violenta e segnata da intrighi era stata la sua vita, come violenta
e provocata con ogni probabilità da un intrigo fu la morte.
Come quella di suo padre e del fratello Mircea, come quella di
molti dei suoi discendenti nei secoli a venire.
Continua...