Storia di Dracula 10/15
L'ultima
caccia
Come aveva giurato al cugino Stefano di rimetterlo sul trono,
Vlad 4 aveva giurato di non dare pace alla stirpe dei Danesti
dopo essersi ripreso il proprio. Così, con la stessa determinazione
con cui si era precipitato in Moldavia per uccidere Aron, si mise
in caccia dei discendenti dell'usurpatore Vladislao, senza dare
loro tregua. Era urgenza di vendetta, la sua, ma anche spirito
di sopravvivenza: i Danesti erano nemici storici della sua famiglia,
divenuti pretendenti al trono di Valacchia e perciò risoluti
a riprenderselo. Non avrebbe potuto regnare sicuro fino a quando
ne fosse rimasto uno in vita. La caccia durò all'incirca
tre anni, fino alla primavera del 1460, quando catturò
l'ultimo discendente, il giovanissimo Dan III, della cui morte
si ha notizia circostanziata da più fonti. Dracula prima
di ucciderlo gli concesse di sentir messa e di "scavarsi
una tomba secondo l'uso cristiano. Eliminò gli uomini della
scorta, tranne quei pochi che erano riusciti a fuggire. Lo fece
infine giustiziare sulla fossa che si era scavato.
Le cronache non indulgono ai particolari raccapriccianti che abitualmente
contraddistinguono le esecuzioni ordinate da Dracula. Il che lascia
supporre che all'ultimo Danesti sia toccata una fine meno crudele
di quella solitamente inflitta ai nemici di Vlad Tepes.
Vero registra dell'orrore, Dracula consegnava le sue vittime
a squadre di specialisti della tortura. E niente più di
una donna infedele era capace di scatenare le sue sadiche perversioni.
Si fa risalire all'inizio del secondo regno di Dracula, intorno
al 1451, l'esistenza di un amante. Ne danno notizia con sfumature
diverse le medesime fonti che trattano delle vicende occorse agli
ambasciatori, ai mercanti e ai notabile valacchi. Qualcuno ne
parla come di una "prima moglie", tutti concordano nel
descriverla come una donna di basso ceto, che viveva per proprio
conto alla periferia di Tirgoviste, distante dalla reggia. Nessuno
parla d'amore, ma molti sottolineano la forte attrazione che Dracula
provava per le ragazze del popolo, lontane dal suo rango, cui
dava spesso la caccia nelle sue passeggiate notturne. In tale
sfera entrava con ogni evidenza questa relazione.
Vlad non era giovane dal carattere allegro, ma le cronache riferiscono
che la compagnia di quella donna giovane lo rendeva meno cupo.
Ciò le fece probabilmente credere che lui l'amasse davvero
e che avrebbe gradito da lei un figlio. Così, un giorno
che il principe sembrava in preda ad una tristezza più
profonda del solito, lei pensò di rincuorarlo annunciandogli
che portava in grembo un figlio.
"E' una menzogna", ruggì Dracula.
"E' la verità, mio signore".
"No, non e' vero, e te lo dimostrerò…".
Così dicendo, estrasse la daga che portava al fianco e
le squarcio con mosso rapida il ventre. Lei cadde con un rantolo,
contorcendosi sul pavimento.
L'osservò mentre agonizzava. Poi, uscendo, laconicamente
le disse: "Hai visto che non era vero? ".
Così riportano il fatto le cronache popolari rumene. Lo
stesso episodio compare in un manoscritto tedesco del XV secolo,
conservato nel monastero di San Gallo in Svizzera, con la variante
che, prima di sventrare l'amante, Dracula la fa controllare da
una levatrice. Infierisce poi sul corpo dell'agonizzante, mutilandola
e "compiendo gli atti bestiali - si legge - che l'avevano
reso famoso".
Moralismo feroce
Altrove si menziona un'amante assassinata per infedeltà.
Potrebbe trattarsi dello stesso delitto, come di uno dei tanti
ascrivibili alla gelosia di Dracula, che la fantasia popolare
indica come movente di molte sue perversioni.
Si dice infatti che l'infedeltà femminile - o ciò
che lui scambiava per infedeltà - accresceva in Vlad il
suo naturale sadismo, inducendolo ad atti efferati. Scattava a
quel punto nel suo animo una sorta di demenziale furia moralistica,
che lo rendeva capace di escogitare i più infami supplizi
nella convinzione di servire così una giusta causa. Perciò
alle donne è riservata, nella casistica dei tormenti da
lui fatti infliggere, una nota di ferocia in più. Alla
quale verosimilmente risale l'erotismo deviato del mito di Dracula,
alimentato da irriducibili pulsioni di morte.
Se una donna del suo principato veniva riconosciuta colpevole
di adulterio, Vlad III ordinava "che le venissero amputate
le parti intime e che fosse scorticata viva", si legge in
un manoscritto russo del 1490, proveniente dal monastero di Kirillov-Belozerski.
La pelle veniva poi appesa come monito nel luogo più frequentato
del paese, che era in genere la piazza del mercato.
Caste per forza
Erano previste pene analoghe per le vedove che non si serbavano
caste, e per le ragazze che non tenevano la propria verginità
in gran conto. Si evince dal manoscritto russo un torbido compiacimento
dell'estensore - un monaco di nome Efrosin - per le atrocità
che crudamente riporta, indulgendo a sadici particolari.
Raccapriccianti particolari su questo martirologio femminile abbondano
anche nelle cronache di lingua tedesca, tendenti più di
altre a evidenziare la criminale follia del tiranno. Gli estensori
appartenevano infatti alle comunità sassoni di Transilvania,
Valacchia e Moldavia, sulle quali Vlad III si accanì con
sanguinose rappresaglie, motivate dall'intento di scoraggiare
le loro attività commerciali.
Condannati all'antropofagia
Di certo si sa che Dracula aveva istituito, per contenere l'arricchimento
dei mercanti tedeschi, delle "fiere di confine", fuori
delle città, nelle quali era loro concesso esercitare i
propri commerci. E presumibile che non sempre questa prescrizione
venisse osservata e che i mercanti tentassero a volte di fare
affari nelle zone loro interdette. La reazione di Dracula doveva
essere in questi casi rabbiosa, com'era ogni volta che si vedeva
contraddetto nelle leggi da lui emanate. Con la conseguenza di
dare vita a tutta una pubblicistica per lui denigratoria, nella
quale veniva illustrato lo sterminio delle popolazioni sassoni
con dovizia di particolari spesso eccessivi.
Tra questi particolari rientra la raccapricciante descrizione,
nel citato manoscritto di San Gallo, dell'impalamento di madri
e neonati. Si racconta anche in che modo Dracula "fece arrosti
re alcuni bambini e obbligò le madri a mangiarli",
senza dimenticare in questo affresco di orrore familiare i mariti,
costretti a cibarsi dei seni delle mogli prima di essere a loro
volta impalati.
L'antropofagia è tra gli orrori ricorrenti nelle storie
di Vlad III, che la gestisce come una sorta di demoniaca eucarestia,
imponendo alle vittime legate da consanguineità, razza
o amicizia di divorarsi tra loro. Ad alcuni zingari che lo supplicavano
di liberare un loro compagno impose di mangiare le carni di quest'ultimo,
dopo averlo bollito in una grande pentola.
La sua soluzione finale
Come ogni despota visionano, Vlad III coltivava impossibili utopie.
Vi fu tra queste l'illusione di poter eliminare la povertà
dal suo reame. Ci provò a suo modo, con i metodi che gli
erano congeniali, tentando di eliminare fisicamente i poveri.
Gli attribuisce questo intento un racconto popolare rumeno, che
inquadra in una paradossale ottica umanitaria il massacro progettato
da Dracula allo scopo di liberare il suo popolo dal peso degli
indigenti. Il principe ragiona in termini di "soluzione finale",
ma il narratore lo giustifica citando il Vangelo. Non dicono le
Scritture che l'uomo dovrebbe guadagnarsi da vivere con il sudore
della fronte? Dracula si pone il quesito, e ne deduce che "i
mendicanti vivono del sudore degli altri, quindi sono inutili
all'umanità". Anzi, sono più dannosi dei briganti
che assalgono i viandanti nella foresta, perché "ai
malandrini puoi sfuggire, mentre i poveri ti derubano gradualmente
dei tuoi beni".
Con la piena coscienza di agire nell'interesse del suo popolo,
dunque, Vlad tese la sua trappola annunciando una gran serata
di beneficenza nel suo palazzo di Tirgoviste, nel corso della
quale avrebbe distribuito vesti e cibo ai mendicanti. Questi si
precipitarono in massa dall'intera regione, accolti dai servi
del principe, che dopo averli rivestiti li fecero accomodare in
un enorme capannone di fronte a splendide tavole imbandite. Mangiarono
cibi prelibati, e bevvero vino di qualità, fino a quando
si ubriacarono. Ebbero appena il tempo di accorgersi, alla fine
della cena, che il padiglione nel quale erano riuniti stava andando
a fuoco. Inutilmente i più lucidi e più lesti si
precipitavano verso le uscite, che erano state sbarrate. Le fiamme
li avvolsero <come draghi>, dice l'autore del racconto,
descrivendone la fine con apocalittico realismo.
Tra grida, gemiti e pianto <i poveri caddero l'uno sull'altro,
stringendosi morendo in un abbraccio>.
Il narratore sembra quasi condividere i motivi che hanno indotto
il principe a compiere una simile strage. Constatato che tutti
morirono, chi soffocato dal fumo, chi carbonizzato, si rammarica
che ciò non sia valso comunque a fare sparire <la stirpe
dei poveri>.
Accresce la sinistra goffaggine di questa tendenza l'obiettivo
riscontro dei fatti dall'apparenza favolistica in cronache coeve,
verosimilmente autentiche, anche se l'elaborazione leggendaria
ha forse esagerato la portata delle atrocità narrate. Della
strage dei poveri danno ampia notizia relatori russi e tedeschi,
che nelle rispettive lingue arricchiscono l'evento di ulteriori
particolari. Nella versione russa il massacro include malati,
vecchi e invalidi, includendo ogni attenuante di spirito evangelico
per chi l'ha architettato.
Orrori senza fine
A un gruppo di trecento giovani narrano le fonti che, in un'altra
occasione, Vlad Tepes impartì l'ordine di divorarsi tra
di loro <fino a quanto non ne fosse rimasto nessuno>: risparmio
solamente i più forti, prendendoli a combattere con sé
contro i Turchi.
Più che un calendario di delitti, la cronaca delle imprese
di Dracula è un incubo senza fine, visualizzabile in una
distesa infinita di pali acuminati, sui quali agonizzano <persone
di ogni genere indistintamente, uomini e donne, giovani e vecchi,
infedeli e cristiani, ebrei, eretici, Turchi e Valacchi>.
Si levano d'intorno i fumi dei calderoni e delle graticole, le
pelli stese a essiccare degli scorticati, l'eco degli scannatoi
predisposti per lo smembramento dei corpi. Non ha limiti t'inventiva
del principe. Squadre di specialisti lavorano alacremente alla
chirurgia dello spasimo, manovrando con scientifica destrezza
ferri roventi e tenaglie, attizzatoi e lame di precisione.
Vlad in persona controlla il loro lavoro, perché la fine
dei condannati sia lenta oltre che atroce. Arrotonda le punte
del pali perché possa penetrare in profondità nei
corpi - e fuoruscirne - senza ledere organi vitali. Predilige
le esecuzioni di massa, perché gli consentono di disporre
"artisticamente" i pali su vasti spazi, secondo un disegno
che varia coi suoi umori, come fossero l'arredo di un fantastico
giardino dove ama banchettare, come si è visto, con ospiti
che rischiano di finire a loro volta impalati.
Ma tutto questo richiede del tempo. Ci sono casi nei quali si
deve agire in fretta, e allora Dracula ricorre a metodi diversi.
Rinchiude le vittime in un locale di enormi proporzioni - anche
un convento, una fortezza, o nelle loro stesse case, se intende
distruggere un intero villaggio - e appicca il fuoco.
Orrori come nella notte di San Bartolomeo
Per vendicarsi delle popolazioni che avevano dato asilo all'usurpatore
Vladislao in fuga, Dracula diede ordine, non appena salito sul
trono di bruciare villaggi e castelli verso Sibiu (che si era
scelto come capitale ritenendola la sola città in grado
di resistere ad un attacco turco) e in altri territori di confine
tra Valacchia e Transilvania. Furono ridotti in cenere numerosi
borghi e monasteri coi loro abitanti. I sopravissuti vennero tagliati
a pezzi "come verze" o impalati in vario modo.
Per intrappolare i suoi nemici - o coloro che intendeva sopprimere
- Vlad occorreva ai più subdoli inganni. Attirò
in Valacchia, con la scusa di volerli istruire alla lingua e alle
arti, <una moltitudine di ragazzi provenienti da varie regioni>.
Poi <li tradì rinchiudendoli in una sala e incendiandola>.
Si calcolò dai resti che fossero quattrocento. Non molti,
stando alle matematiche di Dracula, che nel solo feudo di Amlas
sterminò in una notte trentamila persone, ammassandole
le une sulle altre per poterle meglio fare a pezzi (<come verze>,
riferisce il cronista tedesco) prima di bruciarle. Il fatto accade,
per una curiosa coincidenza, la notte di San Bartolomeo, il 24
agosto del 1460. Con meno risonanza ma molte più vittime
di quante ce ne sarebbero state a Parigi nella stessa ricorrenza,
poco più di un secolo dopo, sotto il regno di Carlo IX.
Continua...